“Per me la psiche è tutto ciò che l’uomo vive, che riconosce provenire da lui: pensieri, desideri, fantasie, ricordi, sentimenti, progetti, principi morali, ideali…”

Otto Kernberg


“Dottor Kernberg, a cosa serve la psicoterapia? Riflessioni e ricordi di un grande clinico” è il libro che racconta finalmente la vita di Otto Kernberg.

Appena uscito in libreria, molti colleghi psicologi e psicoterapeuti sono corsi ad acquistarlo e mi hanno incoraggiato a leggerlo. Inizialmente scettico, mi sono dovuto immediatamente ricredere.

Temevo di ritrovarmi di fronte ad un’altra biografia intrisa di dettagli e idee personali che a volte possono risultare essere elementi noiosi, tutt’altro!

Il libro è caratterizzato da una scrittura sagace, scorrevole e originale che strizza si l’occhio al genere della biografia ma che non manca di riflessioni ad ampio respiro, di aneddoti divertenti e sorprendenti e di dettagli intimi della vita di Otto Kernberg.

La scrittura dell’opera è affidata a Manfred Lütz, psichiatra psicoterapeuta e teologo noto soprattutto per il testo “Dio. Una piccola storia del più Grande”.

La versione italiana, edita da Raffaello Cortina (2021), è stata curata da Vittorio Lingiardi e magistralmente tradotta, a mio avviso, da Michele Lualdi.

Il sottotitolo dell’opera “Riflessioni e ricordi di un grande clinico” rende immediatamente chiaro lo stampo biografico dell’opera. Sarebbe riduttivo, tuttavia, parlare di riflessioni e ricordi sparsi, il testo ripercorre l’intera esistenza di uno dei più celebri psicoanalisti di sempre e ancor prima dell’Otto Kernberg uomo.

L’espediente interessante e originale è la decisione di aver dato all’opera il taglio di intervista, condotta da Manfred Lütz, elemento che ha contribuito a rendere la scrittura più originale e più scorrevole.

Il ruolo dell’intervistatore è essenziale ed è, a mio giudizio, l’ingrediente fondamentale del testo perché lo protegge dal rischio dell’autoreferenzialità, spingendo Otto a doversi confrontare con tematiche spinose, senza possibilità alcuna di nascondersi dietro al politicamente corretto.

Il secondo capitolo “Lo curerebbe il signor Trump?” sembra, in tal senso, una dichiarazione di intenti piuttosto chiara.

Il soddisfacimento della curiosità del lettore viene affidata a Manfred che, interpretando talvolta il ruolo dell’avvocato del diavolo, porta in scena l’intreccio di due prospettive soggettive, la sua e quella di Otto, a volte convergenti e a volte distanti.

Talvolta si ha l’impressione di essere una mosca che ascolta la conversazione di due vecchi amici che fanno il punto sulle loro esistenze.

L’iniziale taglio ad intervista con il procedere della lettura si trasforma in modo fluido in una conversazione dove, talvolta, sembra quasi superfluo interrogarsi su chi stia conducendo l’intervista tra i due. Un po’ come se sul lettino dell’analista ci finisse prima Otto e poi Manfred.

È un ritratto senza veli che parte dall’Otto Kernberg psicoanalista affermato e di fama, scavando poi nella vita dell’uomo che si cela dietro al professionista.

Otto risponde alle domande di Manfred con coraggio, lanciandosi in aneddoti della sua infanzia, della sua famiglia, delle sue relazioni e in riflessioni socio-politiche e filosofiche al cui centro spesso gravitano l’ebraismo, la fede in Dio e il ruolo della psicoanalisi.


Le critiche alla psicoanalisi e il punto sul mondo della psicoterapia

Molto interessanti sono le critiche che Otto Kernberg rivolge al mondo della psicoanalisi, incapace secondo lui di allinearsi con altre prospettive psicoterapeutiche portando al proprio interno la ricerca empirica.

Otto, in queste pagine, appare per certi versi flessibile e aperto al mondo della psicoterapia (consiglia la psicoterapia cognitivo-comportamentale in alcune situazioni) ma integerrimo rispetto al divenire psicoanalitico che, a suo avviso, deve assolutamente cambiare marcia e traiettoria per poter restare al passo con i tempi.

Non manca qualche stilettata a colleghi del calibro di Peter Fonagy che senza giri di parole viene criticato per una posizione teorica a dire di Otto, un po’ semplicistica (in riferimento al trattamento basato sulla mentalizzazione).

Forse è proprio questo il taglio più interessante del libro, che si sia d’accordo o meno con Otto, viene raccontato il suo modo di vedere il mondo, senza filtri.

Per citare un altro esempio, anche la stessa Anna Freud viene ampiamente criticata per avergli dato prova, nel corso della loro conoscenza, di essere prevenuta nei confronti dei kleiniani e così anche nei confronti di Otto stesso.

All’interno del terzo capitolo “Quali sono i rischi della psicoterapia?” viene dipinto un ritratto abbastanza scoraggiante e allarmante rispetto agli abusi sessuali perpetrati dagli psicoterapeuti ai danni dei pazienti (circa il 3% degli psicoterapeuti). La riflessione, a mio avviso prende poi una deriva, agganciandosi all’analogia con la figura dei preti e il ruolo della chiesa e rischiando così di decentrarsi da un problema molto grave.


La vita di Otto: da Vienna fino a NY

Il libro ricostruisce l’intera vita di Otto, partendo dalla sua infanzia ebraica a Vienna, passando per Trieste e Valparaíso, fino agli Stati Uniti.

Kernberg non teme il confronto con domande molto personali, facendoci scoprire il suo lato umano e facendo scorgere anche le profonde sofferenze di un uomo che ha poi deciso di dedicarsi alle sofferenze degli altri.

Il rapporto con i genitori, il forte legame con il padre e quello meno incisivo con la madre fanno da cornice ad una serie di aneddoti molto intimi della vita di Otto: il primo bacio, la prima esperienza sessuale, i tradimenti passando per momenti di grande sofferenza come l’anoressia infantile e la depressione dopo la scomparsa della prima moglie.

Mi ha particolarmente colpito fino ad emozionarmi, il resoconto del rapporto con il padre, una persona semplice, sempre molto presente e in grado di coinvolgere Otto in tante esperienze.

Dalle pagine del quinto capitolo emerge il ritratto di un ragazzo a tratti ribelle (non manca l’aneddoto di un furto al negozio di dolciumi), innamorato della vita, curioso del mondo e coriaceo.

I racconti di Otto profumano di nostalgia per una Vienna abbandonata troppo in fretta dalla sua famiglia a causa della persecuzione nazista e descrivono un bambino, Otto, a volte lasciato troppo solo con domande irrisolte mai potute porre alla famiglia come, per esempio, quelle legate ai motivi della loro fuga, dei loro riti religiosi e del senso della vita.

Il ritratto dell’infanzia appare molto autentico e intriso di ricordi, si percepisce chiaramente un prima e un dopo l’ascesa del nazismo con Otto che ad un certo punto viene allontanato dalla scuola insieme ad altri compagni ebrei, senza troppe spiegazioni.


 L’Olocausto tra eventi di vita e sprazzi di psicologia e filosofia

In uno dei capitoli conclusivi dell’opera, Manfred chiede a Otto dell’Olocausto. Dal discutere della nota posizione della Harendt rispetto alla banalità del male, i due arrivano a considerare il rischio di deresponsabilizzare gli atti nazisti attraverso un riduzionismo psicopatologico.

Otto in queste pagine sembra, in qualche modo, rivedere la sua posizione iniziale attraverso l’incalzare delle domande di Manfred.

Non mancano le domande su Hitler che viene accostato al Narcisismo Maligno e sull’Olocausto verso cui Kernberg si esprime definendolo come grande espressione collettiva del male.

Alcuni passaggi sono molto toccanti perché in grado di recuperare ricordi indelebili di esperienze dove Otto ha vissuto l’antisemitismo sulla propria pelle.

Dalla riflessione sembra emergere il grande interesse di Otto per l’aggressività, costrutto teorico che ha poi fatto da perno a molte sue riflessioni cliniche e psicoanalitiche. Chissà che non sia stato influenzato proprio dalle vicende che hanno toccato il suo popolo.

L’Olocausto sembra aver influenzato la visione del mondo, dell’uomo e della vita di Otto, per sua stessa ammissione nel capitolo, tranne che per le sue idee religiose.

La sensazione che si ha nel leggere il racconto biografico è di una famiglia sottrattasi proprio all’ultimo istante prima della deportazione nei campi di concentramento, prendendo l’ultima nave per il Cile, terra poi in cui la psicoanalisi ha potuto fiorire grazie ad Ignacio Matte Blanco con cui Otto ha inizialmente lavorato.


In conclusione

Non ho trovato allo stesso livello di altri argomenti trattati nel libro, le riflessioni finali in risposta a domande esistenziali come l’amore, la felicità di coppia, la felicità come condizione umana. Il botta e risposta mi è sembrato meno articolato e più didascalico. Forse i temi avrebbero meritato più pagine.

In generale, il testo mi è parso una lettura davvero coinvolgente e scorrevole e adatta a chi è interessato a tematiche esistenziali, proprie dell’uomo.

In questo senso, non credo il libro possa interessare o essere affrontato solo dagli addetti ai lavori, in fondo racconta la vita di un uomo prima di tutto.

Personalmente ho trovato molto ispiranti alcuni passaggi della vita di Otto. Ho ammirato il coraggio nel raccontarsi in modo così intimo, scalfendo alcuni pregiudizi sul fatto che gli psicoterapeuti non possano soffrire anche loro per primi.

Consiglio vivamente la lettura e spero che incoraggi tanti altri psicoterapeuti a raccontarsi: percepire e toccare l’uomo dietro al mito è sempre fonte di grande ispirazione e motivazione.

Fonti utili

“Dottor Kernberg, a cosa serve la Psicoterapia? Riflessioni e ricordi di un grande clinico.

14 June 2021
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Categorie: Recensione
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L'autore

Riccardo Manini

Founder

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