Premessa

Dopo aver letto il testo Teoria della regolazione affettiva di Daniel Hill, mi sono chiesto che lavoro avrei potuto svolgere per i lettori di Minders in merito a una tema così denso di teorie, contenuti e implicazioni cliniche.

Una recensione del libro? Un riassunto delle quattro parti del libro? Prendere un solo capitolo e focalizzarmi su di esso?

Alla fine, come spesso succede, la soluzione mi è arrivata. Infatti, ho cominciato a scrivere ciò che del testo e della teoria avevo trovato lineare e accessibile alle mie capacità di comprensione.

Sulla scorta di ciò, ho delineato una piccola guida di tale teoria radicata in alcuni punti “salienti” che spero possano incuriosire ed aiutare il lettore nell’approfondire questa prospettiva.

La consilienza

Il sapere è qualcosa di profondamente relazionale.

Nonostante vi siano autori e filoni di ricerca che procedono in maniera autonoma rispetto a questa relazionalità, Slingerland e Collard (2011) esortano i clinici a muoversi sempre più in un’ottica di “consilienza”:

  • Integrare contenuti, conoscenze e teorie diverse tra loro.

Dunque, assumere un’ottica di consilienza implica mettere sempre più in relazione il sapere a discapito di un solipsismo teorico.

Come riferisce anche Daniel Siegel:

l’obiettivo è (…) comprendere lo sviluppo della mente attraverso una visione integrata dei processi mentali (come la memoria o le emozioni), dei meccanismi neurobiologici (come l’attività di determinate reti neurali interagenti all’interno del cervello) e delle relazioni interpersonali (come i pattern di comunicazione).

Siegel, 2021, p. 2

La teoria della regolazione affettiva è nata dagli studi di Schore (1992, 2012). Essa consiste proprio in un’unione integrata di contenuti provenienti da:

  • Teoria dell’attaccamento,
  • Neurobiologia (sia socio-emotiva che dello sviluppo)
  • Studi sulle emozioni
  • Psicoanalisi evolutiva. 

In un’ottica di consilienza, i saperi non solo riescono a integrarsi tra loro, mantenendo al contempo il loro statuto epistemologico, ma riescono anche a convergere su punti salienti senza creare anarchismo teorico.

A questo proposito, sempre Siegel (2021) esemplifica come:

l’individuazione di elementi in comune fra le conoscenze provenienti da differenti campi del sapere (…) indicano come la mente emerga in parte dalla sostanza del cervello, ma allo stesso tempo sia plasmata (…) dalla comunicazione che avviene all’interno delle relazioni.

Nel caso della teoria della regolazione affettiva, il punto di consilienza sono gli affetti.

Gli affetti

In accordo a Daniel Hill (2017), per definire cosa sia l’affetto è necessario distinguere tra:

  • Affetti primari
  • Affetti secondari (o categoriali)

Gli affetti primari sono degli stati puramente fisici e fisiologici (es: l’arousal e il tono edonico). Gli affetti secondari sono quelli che comunemente si chiamano “emozioni” (es: la tristezza, la gioia, ecc). È possibile comprendere l’affetto come un’unione delle due parti in quanto un’emozione (affetto categoriale) possiede una controparte di attivazione fisiologica (affetto primario) e viceversa.

Ad esempio: un conto è l’attivazione fisiologica prodotta dall’essere un po’ “irritato”; altra cosa è quella derivante dall’essere “furibondo”.

Per di più, l’unione di questi due affetti costituisce, a parere di Hill (2017), un vero e proprio “sistema di valutazione esperienziale”. Questo sistema ci consente di capire cosa è importante per noi e cosa no, come anche cosa ci fa stare bene e cosa male.

Regolazione o modulazione?

Vi sono autori che sostengono che è possibile “educare” gli affetti secondari (quindi le emozioni) e altri ancora che ritengono che il meglio che si possa fare implica il non esserne troppo “intrappolati”. Si entra così nella diatriba tra quelli che Jurist (2018) chiama gli “aristotelici” (il primo tipo) e gli “stoici” (il secondo).

Pertanto, tale disputa emerge dal fatto che vi sono alcune sottigliezze terminologiche tra “regolare” e “modulare”. Regolare ha a che fare con una possibilità di “controllo” (quindi un predominio del cognitivo sull’emotivo). Il secondo termine, invece, veicola un’idea più di “aggiustamento”.

Un possibile incontro fra le due posizioni potrebbe essere che così come a volte la cognizione può avere il dominio sull’affetto (es: contare lentamente fino a dieci per evitare un eccesso di collera), altre volte capita che ciò che si può fare è evitare, nell’equazione costi/benefici, una perdita troppo grande (es: riuscire a non raggiungere un picco di collera tale da ferire emotivamente un’altra persona).

Perciò emerge come la disputa tra regolazione e modulazione abbia più un carattere teorico-terminologico piuttosto che clinico.

Affetto regolato e disregolato

Schore (1994, 2012) ritiene che alla base di un buon funzionamento mentale e fisico di una persona vi sia la regolazione dell’affetto.

Si pensi ad esempio come un affetto regolato possa:

  • Migliorare il modo di entrare in relazione con gli altri;
  • Ottimizzare le risorse;
  • Essere flessibili rispetto alla natura mutevole delle cose.

È la sensazione del dire “oggi mi sento bene” anche se nel corso della giornata sono accadute situazioni diverse tra loro, belle e brutte, stancanti e motivanti.

Per cui, l’affetto regolato potrebbe corrispondere a quella che già Cartesio, nelle Meditazioni metafisiche, vedeva come non una “libertà dalle cose”, ma una “libertà nelle cose”.

Al contrario, in uno stato disregolato dell’affetto, si iniziano a percepire un senso di insicurezza e di indecisione, subentrano rigidità psichica oppure caos esistenziale. Ci si sente distaccati dagli altri e da sé stessi, nonché impreparati e incapaci nel far fronte alle sfide che la vita propone.

Oltre a quanto già detto, le componenti simpatiche e parasimpatiche del Sistema Nervoso Autonomo (SNA) diventano totalmente alterate: si schiacciano troppo (o troppo poco) sia l’“acceleratore” (iper-arousal) che il “freno” (ipo-arousal).

L’Asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) non è più in grado di reagire neurochimicamente allo stress. In aggiunta, il sistema limbico, che regola sia il SNA e l’HPA, non riesce a processare le informazioni provenienti dall’ambiente. In altre parole, non si sta “bene” e iniziano ad avvicinarsi i prodromi e le caratteristiche della sofferenza mentale.

Omeostasi e tolleranza affettiva

Nel modello di Hill (2017), la regolazione dell’affetto consta in una sorta di omeostasi che si interpone tra i poli della disregolazione.

Si provi a seguire l’immagine sottostante.

Nella figura 1, è possibile osservare come l’omeostasi sia connessa alla tolleranza (in questo caso una “tolleranza affettiva”). A frapporsi fra la regolazione e la disregolazione vi sono, ovviamente, le varie gamme affettivo-emotive a cui l’individuo va incontro.

A parere di Daniel Hill (2017), la psicoterapia dovrebbe tendere proprio ad aumentare le capacità di tolleranza affettiva. Il fine consiste nel permettere di entrare in stati di attivazioni “ipo” o “iper” senza però andare incontro ad una disregolazione emotiva.

Grazie alla capacità di tolleranza affettiva, Hill (2017) afferma che:

Possiamo essere arrabbiati (iper-arousal) (…) senza andare su tutte le furie. Possiamo sperimentare tristezza (ipoarousal) (…) senza diventare depressi.

Daniel Hill, 2017, p.17

Di conseguenza, più questa tolleranza diminuisce, più il pensiero diventa confuso e più facilmente si entra in stati di disregolazione.  È però importante evidenziare come:

Diventare disregolati è parte della vita quotidiana. La capacità di recuperare in modo efficiente uno stato regolato massimizza il funzionamento adattivo (ibid.)

Sempre in un’ottica di processo terapeutico, Lichtenberg (2020) evidenzia come sia di fondamentale importanza promuovere l’emergere di esperienze positive nello scambio clinico della diade. Per esempio, modificando o rinforzando il livello di soglia delle emozioni positive o negative.

In particolare, mostra come abbassare la soglia dell’attivazione delle emozioni positive affinché il paziente possa esperire più facilmente gli affetti che hanno una connotazione positiva rappresenti un elemento chiave nella psicoterapia. A sua volta, lavorare sugli stati affettivi abbassando la soglia delle emozioni positive ha un risvolto nel momento in cui permette di alzare la soglia delle emozioni negative consentendo alla persona di non esperire immediatamente gli affetti negativi.

Attaccamento, sintonizzazione e autoregolazione

Come per la capacità di mentalizzazione, anche quella di regolazione dell’affetto emerge e si sviluppa a partire dalle relazioni e, in particolar modo, da quelle di attaccamento.

Utilizzando la Strange Situation si è infatti osservato come i pattern relazionali precoci possiedano un ruolo di fondamentale importanza nella regolazione emotiva. Inoltre, deficit di quest’ultima nel caregiver vengono internalizzati dal caretaker.

Ciò ha portato a ipotizzare che, al pari della diade caregiver-caretaker, la coppia terapeuta-paziente possieda anch’essa un ruolo di rilievo nelle capacità di regolazione dell’affetto.

È proprio qui che subentra il concetto di “sintonizzazione”. Si riferisce ad una sincronicità di stati affettivi che crea e amplifica l’esperienza affettiva (Schore, 1994; 2012). Tale sincronicità è per lo più frutto di comunicazioni e processi impliciti espressi tramite il para-linguaggio (sguardo, intonazione, postura, ecc.) e fortemente associati all’attivazione dell’emisfero cerebrale destro.

Come riporta Hill (2017):

Il terapeuta sintonizzato è psicobiologicamente in sincronia con i flussi e riflussi di affetto a tonalità positiva o negativa che rappresentano l’esperienza soggettiva del paziente.

Per cui, la sintonizzazione migliora non solo la regolazione diadica (caregiver-caretaker; terapeuta-paziente), ma soprattutto l’auto-regolazione, infatti:

la regolazione affettiva diadica implica il processamento di informazione emozionale comunicata in maniera non verbale. Con una sufficiente ripetizione, queste esperienze di regolazione diadica si radicano neurologicamente, si internalizzano.

In conclusione, a parere di Siegel (1999; 2021), carenze nella sintonizzazione non solo sono patogene psicologicamente, ma anche neurologicamente (per ulteriori approfondimenti consultare i capitoli I e II de La mente relazionale di Daniel Siegel).

Regolazione affettiva, psicopatologia e trauma relazionale

Come già citato precedentemente, la teoria della regolazione affettiva trae molti spunti dalla teoria dell’attaccamento e dalla neurobiologia. Entrambe esercitano una notevole influenza sullo studio e sulla comprensione della psicopatologia.

Fatta tale premessa, è possibile comprendere come:

  • Una regolazione affettiva disturbata, nata da attaccamento insicuro, è il difetto centrale che sottende ai disturbi di personalità (Hill, 2017, p.155).
  • Tutti i disturbi psichiatrici (…) rappresentano una limitazione delle capacità adattive di regolare lo stress (Schore, 1994, p. 390).

In entrambi i casi, il tema del “trauma relazionale” è centrale. 

A parere di Hill (2017) e Schore (2012), il trauma relazionale è in grado di creare danni molto importanti al corretto funzionamento della regolazione affettiva:

  • Crea sfiducia
  • Sentimenti di indegnità nei confronti di sé stessi e della vita
  • Impatta significativamente sulle competenze relazionali
  • Spinge l’essere umano verso una deriva nella quale non è più in grado di sentirsi “attore” della sua vita.

In linea con quanto detto precedentemente, il trauma relazionale rompe gli equilibri del sistema limbico (e quindi il corretto funzionamento del sistema nervoso autonomo e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene). In più, concludendo, esso impatta sulla lateralizzazione emisferica (viene a mancare l’integrazione tra emisfero destro e sinistro).

Questo articolo è stato redatto da Matteo Cosignani ed Elisabetta Masci.

Bibliografia

Cartesio, R. Meditazioni metafisiche, Laterza, Roma-Bari 1986.

Hill, D. (2015). Teoria della regolazione affettiva. Un modello clinico. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2017.

Jurist, E. (2018 ). Tenere a mente le emozioni. La metalizzazione in psicoterapia. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2018.

Schore, A.N (1994), Affect Regulation and the Origin of the Self. The Neurobiology of Emotional Development. Norton, New York.

Schore, A.N., NEWTON, R. (2012), “Using regulation theory to guide clinical assessments of mother-infant attachment relationships”. In SCHORE, A.N., The Science of the Art of Psychotherapy. Norton, New York.

Siegel , D. (1999), La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2013.

Siegel, D. (2020). La mente relazionale. Tr. it. Raffaello Cortina, Milano, 2021.

Slingerland, E., Collard, M. (2011) (a cura di), Consilience Integrating the Science and Humanitier. Oxford University Press, New York.

30 November 2021
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Categorie: Teoria
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L'autore

Matteo Cosignani

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